La Comunità per lo Sviluppo Umano
Lavoro volontario, comunicazione diretta, atteggiamento non-violento,
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Personalmente, dopo gli ultimi fatti sentiti al telegiornale, dopo aver visto "fahrenheit 9/11", rimango a bocca aperta, non perchè non sapessi già da prima come stavano andando le cose nel mondo, ma perchè col cuore a tanta violenza non ci si abitua mai, e, nonostante sono fatti anche molto lontani dalla mia casa, tutta questa violenza mi penetra dentro come fosse un fenomeno che non prescide da me, e una volta dentro, mi toglie il respiro. Mi è arivata questa mail, elaborata da tante persone che ho conosciuto per una sensibilità simile; mi ha dato una boccata di ossideno pensare che esistono soluzioni, che esiste una strada per porre fine a tutta questa violenza che inquina ogni giorno le nostre vite, e queste soluzioni vanno diffuse, il più possibile.
Rachele
La non violenza è l'unica risposta
Nell'ultima settimana abbiamo assistito a una terribile escalation di violenza in Palestina, Iraq e Ossezia, culminata nel massacro dei bambini nella scuola di Beslan. Le immagini mostrate in televisione e sui giornali sono quasi insopportabili e ognuno di noi si chiede quale sarà il prossimo orrore a cui dovremo assistere.
La situazione sembra senza via d'uscita, ma in realtà questo non è vero: ciò che serve è un cambiamento radicale nella politica internazionale e interna, basato sulla consapevolezza che la pace non può scaturire da un approccio violento alla violenza.
La politica portata avanti dai russi in Cecenia, dagli americani in Iraq e dagli israeliani in Palestina è basata sull'oppressione e l'ingiustizia e può solo alimentare odio e violenza, in una spirale senza fine.
I terroristi che massacrano centinaia di bambini in una scuola non sono diversi dai piloti che li uccidono sganciando bombe dagli aerei o dai soldati che sparano dai carri armati.
La nostra proposta è semplice: tutti quelli che stanno invadendo territori altrui dovrebbero ritirarsi e rispettare le risoluzioni e raccomandazioni delle Nazioni Unite.
Ma questo non basta e la gente che in tutto il mondo rifiuta ogni tipo di violenza lo ha capito: dobbiamo anche rigettare la violenza come forma di affrontare e risolvere i conflitti e scegliere invece la non violenza a ogni livello, da quello personale, nella famiglia e nelle relazioni, fino a quello nazionale e internazionale.
Questo è l'unico modo per rompere la spirale di orrore che minaccia di cancellare l'umanità.
Commissione pace e non violenza della Regionale Umanista Europea
Gli obiettivi individuati in sede di elaborazione del progetto, si possono riassumere nei seguenti punti:
1.Determinare e saper riconoscere le varie forme di violenza
2.Prendere in esame le situazioni di violenza, subite o attuate, vissute nel quotidiano ed educare se stessi a trovare risposte alternative ai propri atteggiamenti abituali attraverso comportamenti scelti consapevolmente
3.Imparare a porre l'accento sul positivo, sulle virtù di ognuno, sulle aspirazioni più profonde per controbilanciare la tendenza alla negatività, alla mancanza di fiducia in se stessi, negli altri, nelle possibilità di cambiare la realtà che ci circonda.
I ragazzi hanno potuto affrontare temi quali:” La violenza che io vivo”, “Imparo ad esprimere le mie virtù”, “La città umana ideale”.
Gli incontri si sono aperti all'insegna del gioco, avente come duplice finalità quella di sciogliere il ghiaccio fra i partecipanti e creare quell'atmosfera amichevole che potesse facilitare lo svolgimento di argomenti così delicati. Dopo un brain-storming, all'interno delle singole classi, sulle varie forme di violenza, individuate dai ragazzi con l'aiuto degli insegnanti, si è passati alla riflessione prima verbale e poi scritta delle situazioni di violenza personale riconosciuti nella loro vita di tutti i giorni e nei vari ambiti, quali familiare e scolastico. La seconda fase ha posto l'attenzione sulle virtù che ciascuno riconosce a se stesso in parallelo a quelle che gli altri ci attribuiscono: lavoro, questo, finalizzato a trasformare la situazione di violenza che si vive tramite proprio una o più di tali risorse “nascoste”. Si è aperta così una prospettiva diversa, si è stimolato un modo alternativo di vedere e vivere le cose che ci capitano. Nell'ultima parte del progetto, ci si è riallacciati ad un altro itinerario interdisciplinare intrapreso dagli studenti che aveva come punto di riflessione l'ideazione e la progettazione di una città umana ideale, sollecitando la loro fantasia nell'immaginare quali relazioni umane ideali sarebbero sorte in un contesto urbanistico quale da loro realizzato.
I giochi di apertura dei singoli incontri (il nodo, la diffamazione, il monumento) hanno sortito l'effetto previsto, creando curiosità, divertimento e un'atmosfera aperta e complice.
Per quanto riguarda la consapevolezza delle varie forme di violenza, quella psicologica è risultata essere quasi sconosciuta; in compenso, si è rivelato facile per i ragazzi riconoscerla nel loro vissuto.
Dagli scritti sulle personali violenze quotidiane e dalla lettura di alcuni di essi (qualche ragazzo non ha voluto rendere pubblico il proprio scritto), si è appreso che quasi tutti riguardavano le prese in giro dei compagni, le liti con fratelli e sorelle, i divieti familiari: temi, questi, che, per quanto apparentemente semplicistici, mostrano di affliggere non poco i ragazzi che si rifugiano nell’immediata e più comune reazione violenta.
In particolare, il lavoro sulle virtù proprie e altrui ha destato una grande partecipazione e un inaspettato successo. Si è puntato a riprendere la violenza quotidiana descritta, prospettando ad essa reazioni e risposte basate sulle virtù stesse, con qualche esempio di drammatizzazione dell’episodio trasformato.
La visione del film “Un sogno per domani” ha concluso il percorso educativo: il motto “passa il favore”, ovvero fare un'azione valida verso il prossimo e innescare con questo gesto quasi un processo a catena che potrebbe migliorare il mondo intero, fino a coinvolgerlo tutto, ha voluto essere il messaggio ultimo lasciato a questi ragazzi.
Entra nelle scuole il progetto una vita senza violenza
Una buona idea nasce all’improvviso, quando meno te lo aspetti. Sembra che sia stata lì chissà da quanto ad attendere di essere tirata fuori. Poi, quasi per caso, arriva il momento giusto, la giusta sollecitazione e solo in un secondo tempo, le riconosci lo statuto di buona.
Così si sviluppa la storia del progetto “Una vita senza violenza” condotto in una prima e in una seconda classe di una scuola media di periferia a Roma.
Solo da poco, frequentavo le riunioni del movimento capeggiate da Rachele, Claudio e Dario; non avevo ancora una chiara idea delle finalità e delle attività, però mi piaceva respirare quell’atmosfera serena e pacifica, in cui ognuno poteva liberamente esprimere il proprio parere e le proprie esperienze, con riferimento anche al resto del mondo. Proprio in quel periodo, il gruppo stava lavorando all’organizzazione del seminario sulla non violenza e, insieme a tanti altri, anch’io partecipai all’esperienza. In modo molto costruttivo, secondo modalità assolutamente nuove per me, scoprivo come la violenza si annidasse in ognuno di noi, spesso nascosta sotto vesti innocenti e disorientanti.
Del resto, dal punto di vista lavorativo, mi scontravo con tale problema ogni giorno: in quell’occasione, scoprii i limiti della mia condotta e le potenzialità che avevo di superarli e di trasformarla.
Da lì, da un semplice giro di tavolo, nacque l’idea di portare questo percorso riabilitativo in seno al mio contesto lavorativo, la scuola. Eh sì, il destino ha voluto che io insegnassi lettere in una scuola media di una delle tante problematiche e quasi dimenticate periferie della città di Roma.
Si tratta di una delle tante, difficili e problematiche periferie della città di Roma...
Alti palazzi, contenitori di un'umanità che vive ai margini, spazio casalingo limitato, scarse opportunità di lavoro e svago, poche e quasi inesistenti strutture di ritrovo per le fasce debole della comunità, ad eccezione di un centro commerciale. Qui il sogno più ricorrente dei giovani è diventare un calciatore; qui le ragazze diventano madri in fretta e sono prive di qualsiasi tipo di aiuto da parte delle strutture pubbliche; qui le famiglie sono numerose, separate, fra padri in carcere e piccoli drammi che si consumano fra le ristrette pareti domestiche. Qui la gente vive quasi in cattività, in palazzi-alveari dalle minuscole aperture verso il cielo e verso il centro della città. Un centro avvertito come lontanissimo, estraneo, ci si sente più non cittadini di Roma, ma membri della piccola realtà del quartiere, che viene ora lusingato, ora rifiutato, in un vaga speranza di fuga e di riscatto. Ma la realtà è sempre quella di giovani che tentano la soluzione della scuola senza vera convinzione e che si ritrovano spesso con sogni sempre più irrealizzabili e necessita di sopravvivenza quotidiana. Qui il fenomeno del bullismo è facile a riconoscersi, difficile a sradicarsi, in un persistente schema di relazioni improntate all'omertà e alla paura. Qui il parco e il verde intorno non è solo luogo di passeggiate e di ritrovo, ma è un terreno disseminato di siringhe e disperazione. E' difficile vivere in un tale contesto; non è scontato ottenere la fiducia dei ragazzi a scuola; tutto è una conquista, una sfida, una provocazione. Ciò che, in silenzio chiedono, è autenticità, affetto, interesse, passione. E se conquisti il loro affetto e la loro attenzione, le tue parole, il tuo esempio riusciranno a fare breccia in questo mondo solo apparentemente duro e impenetrabile.
Da tre anni, vivo la realtà sopra descritta. In un primo momento, ne avevo avuto un rifiuto completo, era impossibile per me, insegnante perbene e ben educata, trovare canali di comunicazione con ragazzi che spesso somigliavano più a teppisti che a studenti. Ma più lottavo e meditavo di fuggire via verso contesti più tranquilli ed “istituzionali”, più dentro di me cresceva quasi inconsapevolmente un attaccamento affettivo a questi ragazzi, la voglia di aiutarli e di aprire loro altri orizzonti, modi diversi di intendere la vita e di interpretare la realtà. Un messaggio positivo e ottimista di cambiamento e di realizzazione di sogni e obiettivi.
Quel progetto, così bruscamente emerso nella mente mia, di Rachele e degli altri, sembrava uno strumento ideale a fornire loro un modello alternativo di comportamenti e reazioni.
Curiosità, entusiasmo, apertura al dialogo...
A volte in modo insperato, il progetto “Una vita senza violenza” ha suscitato nei ragazzi e negli insegnanti stessi curiosità, entusiasmo, apertura al dialogo e alla consapevolezza di sé, considerazione delle ragioni dell’altro, disponibilità al cambiamento e partecipazione attiva.
Utile come momento di aggregazione, di comunicazione e di abbattimento di chiusure e di resistenze su se stessi, affrontare tali tematiche ha reso tutti desiderosi e pronti ad esprimere le proprie difficoltà, a dare una risposta a quelle degli altri, a far sentire la propria voce. Soprattutto all’interno di una classe, afflitta dalla presenza di un ragazzo prepotente e abituato ad esercitare violenza verbale e psicologica sui compagni, tale circostanza si è rivelata utile a far venir fuori i veri sentimenti di ognuno di loro davanti a questi atteggiamenti. Hanno trascritto i loro messaggi anonimi a questo ragazzo il quale, pur prendendone atto, si è assolutamente rifiutato di mettersi in discussione, il più delle volte sfuggendo e uscendo dalla classe.
Tutto ciò rappresenta un punto d’inizio perché determinati atteggiamenti hanno continuato a persistere: importante rimane l’aver comunque gettato il seme della possibilità di una risposta diversa e non violenta, seme che va coltivato a lungo prima di poter produrre e dar vita ad un reale e definitivo cambiamento. Come premio e testimonianza concreta della loro viva partecipazione a questa esperienza, è stato rilasciato a ciascuno dei partecipanti un attestato di frequenza per il costante contributo al progetto .
E' una ricchezza che da noi passa all’altro e dall’altro torna a noi...
Un’ultima considerazione merita di essere fatta e riguarda i benefici tratti dallo svolgimento di questo itinerario educativo. Esso merita, senz’altro, di essere ripetuto, allargato ed esteso a quante più scuole possibili, di ogni ordine e grado. Oggi, è difficile essere giovani ed avere punti di riferimento interiori positivi e saldi e, al di là delle mere conoscenze di natura didattica, la scuola e gli insegnanti, prima di tutto, dovremmo dirigerli verso le regole della tolleranza e dell’autenticità, insegnare loro a sganciarsi dai messaggi esterni che indirizzano verso la competitività e l’ipocrisia e fornire loro esempi concreti di tale condotta di vita. I miei ragazzi sono riusciti, anche divertendosi e nutrendosi dell’entusiasmo mio e dei miei colleghi, a percepire tutto questo. Certo, la trasformazione radicale non si è verificata, però si è aperta la strada ad una maggiore e, speriamo, progressiva consapevolezza di sé e dell’altro. Soprattutto, aver scoperto, nel dialogo e nel confronto, che l’altro prova sentimenti ed emozioni uguali ai nostri ha fatto sì che quasi fra loro si riconoscessero e si stupissero, increduli della medesima identità emotiva ed umana.
Per quanto mi riguarda, l’esperienza condotta nella mia scuola e con i miei giovanissimi alunni ha ulteriormente approfondito la mia stessa consapevolezza, inducendomi, davanti alle loro riflessioni e problematiche, a scavare dentro di me alla ricerca di soluzioni altre. Ogni volta che compiamo un percorso del genere, è una ricchezza che da noi passa all’altro e dall’altro torna a noi.
Annalisa Losciuto