La Comunità per lo Sviluppo Umano
Lavoro volontario, comunicazione diretta, atteggiamento non-violento,
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Uno dei film più discussi e provocatori degli ultimi anni, Fahrenheit 9/11 pone al centro dell’attenzione i motivi ed i metodi che hanno guidato lo svolgersi della presidenza di George W. Bush.
Con il suo tono scherzoso ed a volte irriverente M. Moore non solo spiega come abbia fatto l’attuale presidente a vincere le elezioni, come mai la risposta americana all’attentato dell’11 settembre si sia rivolta contro l’Iraq (una nazione – come viene evidenziato nel documentario- che non aveva dichiarato guerra all’America) e per quale motivo il presidente abbia permesso a molti sauditi di lasciare il Paese pochissimi giorni dopo l’attentato alle torri gemelle (cosa assai più scioccante se si tiene conto del fatto che tutti i voli di linea e non, erano stati cancellati); ma pone in evidenza anche un altro fattore: la “violenza” psicologica utilizzata dal potere al fine di giustificare e garantirsi l’appoggio della popolazione per la guerra anti–irachena.
Come? Tenendo il Paese in uno stato di continua allerta, minacciando possibili attentati anche nel più piccolo e sperduto paesino della Grande Potenza oceanica, confondendo le idee degli elettori con pericoli presunti e non del tutto mostrati da una parte, e sorridenti consigli di vacanze dall’altra.
È chiaro (sostiene uno psicologo intervistato dal regista per la realizzazione del documentario) che quando si crea un clima di tensione e poi lo si smentisce, senza dar spiegazione alcuna di cosa stia realmente accadendo, senza dire effettivamente se il pericolo sia vero o meno, la gente si senta insicura, abbia paura e sia pronta a rivolgersi verso la sola figura che sperano garantisca loro serenità. Ed il risultato è che non ci si pongano domande se la Nazione attacca un Paese che non dovrebbe essere una minaccia e che è estraneo agli attentati subiti: si vuole vivere serenamente, non ha importanza cosa occorra fare per ottenere tale scopo.
Guglielmo Paroli
Uno dei film più discussi e provocatori degli ultimi anni, Fahrenheit 9/11 pone al centro dell’attenzione i motivi ed i metodi che hanno guidato lo svolgersi della presidenza di George W. Bush.
Con il suo tono scherzoso ed a volte irriverente M. Moore non solo spiega come abbia fatto l’attuale presidente a vincere le elezioni, come mai la risposta americana all’attentato dell’11 settembre si sia rivolta contro l’Iraq (una nazione – come viene evidenziato nel documentario- che non aveva dichiarato guerra all’America) e per quale motivo il presidente abbia permesso a molti sauditi di lasciare il Paese pochissimi giorni dopo l’attentato alle torri gemelle (cosa assai più scioccante se si tiene conto del fatto che tutti i voli di linea e non erano stati cancellati); ma pone in evidenza anche un altro fattore: la “violenza” psicologica utilizzata dal potere al fine di giustificare e garantirsi l’appoggio della popolazione per la guerra anti–irachena.
Come? Tenendo il Paese in uno stato di continua allerta, minacciando possibili attentati anche nel più piccolo e sperduto paesino della Grande Potenza oceanica, confondendo le idee degli elettori con pericoli presunti e non del tutto mostrati da una parte e sorridenti consigli di vacanze dall’altra.
È chiaro (sostiene uno psicologo intervistato dal regista per la realizzazione del documentario) che quando si crea un clima di tensione e poi lo si smentisce, senza dar spiegazione alcuna di cosa stia realmente accadendo, senza dire effettivamente se il pericolo sia vero o meno, la gente si senta insicura, abbia paura e sia pronta a rivolgersi verso la sola figura che sperano garantisca loro serenità. Ed il risultato è che non ci si pongono domande se la Nazione attacca un Paese che non dovrebbe essere una minaccia e che è estraneo agli attentati subiti: si vuole vivere serenamente, non ha importanza cosa occorra fare per ottenere tale scopo.
Guglielmo Paroli
Uno dei film più discussi e provocatori degli ultimi anni, Fahrenheit 9/11 pone al centro dell’attenzione i motivi ed i metodi che hanno guidato lo svolgersi della presidenza di George W. Bush.
Con il suo tono scherzoso ed a volte irriverente M. Moore non solo spiega come abbia fatto l’attuale presidente a vincere le elezioni, come mai la risposta americana all’attentato dell’11 settembre si sia rivolta contro l’Iraq (una nazione – come viene evidenziato nel documentario- che non aveva dichiarato all’America) e per quale motivo il presidente abbia permesso a molti sauditi di lasciare il Paese pochissimi giorni dopo l’attentato alle torri gemelle (cosa assai più scioccante se si tiene conto del fatto che tutti i voli di linea e non erano stati cancellati); ma pone in evidenza anche un altro fattore: la “violenza” psicologica utilizzata dal potere al fine di giustificare e garantirsi l’appoggio della popolazione per la guerra anti–irachena.
Come? Tenendo il Paese in uno stato di continua allerta, minacciando possibili attentati anche nel più piccolo e sperduto paesino della Grande Potenza oceanica, confondendo le idee degli elettori con pericoli presunti e non del tutto mostrati da una parte e sorridenti consigli di vacanze dall’altra.
È chiaro (sostiene uno psicologo intervistato dal regista per la realizzazione del documentario) che quando si crea un clima di tensione e poi lo si smentisce, senza dar spiegazione alcuna di cosa stia realmente accadendo, senza dire effettivamente se il pericolo sia vero o meno, la gente si senta insicura, abbia paura e sia pronta a rivolgersi verso la sola figura che sperano garantisca loro serenità. Ed il risultato è che non ci si pongono domande se la Nazione attacca un Paese che non dovrebbe essere una minaccia e che è estraneo agli attentati subiti: si vuole vivere serenamente, non ha importanza cosa occorra fare per ottenere tale scopo.
Guglielmo Paroli